Nel territorio vesuviano c’era una economia che nasceva esclusivamente dallo sfruttamento del “fronte lavico”.

Dal 1631 al 1944 si sono registrate 49 eruzioni che hanno interessato tutto il territorio vesuviano dove l’uomo ha imparato ad adattarsi e a sfruttare anche le risorse che hanno provocato distruzione

La terra dell’area vesuviana è formata da un primo strato di terra, del tipo pozzolana; sotto, a un metro o poco più, uno strato di schiuma di lava, ovvero la parte più leggera, quella che galleggiava sulla lava incandescente, schiumosa ma solida e consistente.   Sotto di essa la pietra lavica, resistente dura e compatta.

Questi sono gli elementi indispensabili che sono stati utilizzati per costruire una casa o un intero paese nel territorio vesuviano.

Per le murature si usavano le scaglie di risulta provenienti dal taglio della lava per utilizzarla come “basoli”, la tipica pavimentazione stradale vesuviana. Questo materiale veniva ricavato da cave, che sono oggi diventate immense voragini grigie dai cui fianchi, per  secoli, uomini esperti hanno ritagliano i grossi quadrati di pietra. Le scaglie di risulta o “scardoni” erano di grandezza variabile e, per la natura della roccia, molto acuminati. 

Le coperture voltate delle case vesuviane sono state costruite con materiale vulcanico diverso come il lapillo e la schiuma di lava, per essere leggere e nello stesso tempo solide;  l’utilizzo della copertura a volta, che predomina nell’edilizia locale, si deve mettere in relazione con le abbondanti piogge di cenere, sabbia, scorie e lapillo, dell’eruzioni del Vesuvio, al peso dei quali non avrebbero resistito le case con tetti di tegole. Questo tipo di coperture si chiamano “carose” da ” caruso” che significa testa pelata. 

Nei percorsi escursionistici proposti dall’Associazione è possibile vedere antiche abitazioni rurali e alcune di esse in parte ricoperte dalla colata lavica.